Local Natives: il 28 febbraio al Tunnel Club Milano

e8f1fd7b6d307dd28a49d6149801f5ddLocal Native dopo l’acclamato Gorilla Manor che li ha lanciati sulla scena mondiale, nonché supporter di band del calibro quali Arcade Fire e The National. Da poco hanno pubblicato il loro attesissimo secondo album Hummingbird per la PIAS anticipato dal singolo intitolato “Breakers” che vanta la coproduzione di Aaron Dessner (The National). Impegnati nel tour che toccherà l’Europa, il Regno Unito e gli Stati Uniti, e la loro partecipazione ai più importanti Festival: Coachella, Primavera Sound 2013, Governors Ball a New York. Il 28 Febbraio saranno in scena al Tunnel Club di Milano (in apertura WALL), data ormai prossima al Sold Out, i Local Natives annunciano la presenza in Italia in autunno con altre due tappe. I cinque ragazzi emersi dal Texas, saranno ancora qui con il loro folk e indie-rock orchestrale:

28 febbraio Milano, Tunnel Club
9 novembre Bologna, Estragon
11 novembre Roma, Black Out Rock Club

LaMusicaRock intervista i Punkreas: Noblesse Oblige Tour 2013

[shashin type=”photo” id=”174″ size=”medium” columns=”max” order=”user” position=”center”]Dopo averli visti live in occasione della data di apertura del loro nuovo tour al Live Club di Trezzo, eccovi l’intervista che abbiamo fatto ai re del punk rock italico: i Punkreas.

Si dice che l’Indie-Rock sia il nuovo punk (ovvero la musica che va contro al mainstream). Come vivete questa trasformazione? Io ricordo l’indie rock come qualcosa che risale a inizi anni ’90 in ambito internazionale. E il concetto di musica che va contro il mainstream aveva senso in quegli anni. Non mi sembra un dibattito attuale

Rimpiangete i primi periodi in sala prove da ventenni? Per niente. Siamo in sala prove molto più spesso oggi che non quando avevamo vent’anni. Ed è anche più divertente. E’ tutto il resto che rimpiangiamo 🙂

Nel vostro ultimo disco c’è un featuring con Zulu. Com’era il vostro rapporto negli anni ’90? Puramente virtuale, nel senso che abbiamo ascoltato e amato i 99 da subito, dalla prima compilation italiana che conteneva “Salario garantito” che penso fosse del ’91-‘92 o giù di lì. Le canzoni dei 99 fanno parte della nostra colonna sonora, quella di ciascuno di noi e anche quella di noi come band. Ma ci siamo conosciuti di persona solo poco tempo fa. A quel punto doveva scattare qualcosa per forza. E infatti… Per inciso, l’intervento di Luca in Polenta e Kebab per me è geniale!

Molta gente si è sempre aspettata un vostro featuring con Pornoriviste, Gerson, Shandon, PAY e Caparezza… come vedreste queste ipotetiche collaborazioni? Vedrei bene quella col Capa. Ti spiego perché: se ci troviamo con un altro gruppo che ha più o meno la stessa formazione, non è molto facile tirare fuori qualcosa di sensato: che te ne fai di due batterie, quattro chitarre, due bassi? Qualcuno finisce per essere escluso per forza, e questo non è un bel modo di cominciare. Invece col Capa andrebbe benissimo. Ci stimiamo reciprocamente e penso che non sia impossibile. Se capiterà l’occasione giusta la coglieremo di sicuro. Nel frattempo abbiamo fatto una canzone con Fedez, che uscirà Continua a leggere “LaMusicaRock intervista i Punkreas: Noblesse Oblige Tour 2013”

Reverendi – Meno è sempre più: la recensione

#ubiminorUna piccola perla, ecco cosa ci è arrivato tra le mani. “Meno è sempre più”  questo è il titolo del primo lavoro dei REVERENDI gruppo nato a Torino, dalle menti e dalle mani di Daniele C Basso e voce del gruppo, Fabio Brunetti alla Batteria e Marco Sponza alla chitarra. La loro musica trae massima ispirazione  da quella britannica, in quanto alla ricerca di un “suono rumoroso”, ma al tempo stesso dolce ed espressivo, che si sposa bene con testi (in italiano) che talvolta rasentano la poesia. Le trame sonore si risolvono in assalti frontali, taglienti e gelidi, impreziositi con rari ma intensi sprazzi di una più dolce melodia come in “sempre di notte” e “dicono”. I testi, oscuri, appaiono come spasmi lunatici non sempre immediatamente comprensibili, ma che si lasciano urlare e sussurrare fino ad entrarti dentro. logoGià al secondo ascolto, l’intero EP ti sembra di averlo ascoltato e riascoltato più volte, rimanendo così felicemente turbati, senza una spiegazione o un perché. Nel frammentario panorama dell’indie rock italiano cantato in italiano, questa band di Torino, si distingue per l’estrema genuinità. Se sono innegabili le derivazioni rumoristiche d’oltreoceano, l’immaginario intriso dalla desolazione urbana. Tutte caratteristiche, di cui a volte se ne può a farne a meno. I Reverendi personalizzano il tutto portandosi dietro quello strascico di Italianità che aggiusta alcune imperfezioni e rende tutto immediato. Un disco con moltissimi alti, e che noi de lamusicarock.com vi proporremo a breve in anteprima!Stay tuned!

Produzione artistica,

registrazione e mix: Marco Liba
Mastering @ Chartmakers Finland by Henkka Niemisto
Tracklist:
Metafora sociale
Sempre di notte
Dicono (adesso che farai)
Endovena
Matalo
Come cambia
Non è la fine

 Sanfabe

Pending Lips Festival – Preview w/ FARMER SEA + MasCara + Tequila Funk Experience

pending lipsL’anteprima del Pending Lips Festival inizia in maniera decisamente inaspettata: i MasCara, prima band sul palco, per via dell’assenza di 2 membri della band, tra cui il batterista, decide di suonare solo un pezzo in semi-acustico, che verrà subito dopo da loro definito la “Copertina del Festival” . Tanti applausi di incoraggiamento per loro da parte del pubblico presente e via con la band successiva, gli imolesi Tequila Funk Experience. Riscuotono un discreto successo tra il pubblico, con un rock anni ’70 bello carico (e a tratti anche psichedelico), mescolato sapientemente al folk rock. Mi ricordavano a tratti i primi Oasis e i più recenti Tame Impala. Nonostante fosse la prima volta che li sentivo, mi davano l’impressione di assistere al concerto di una band già affermata, con una buona personalità ed un’ottima tenuta del palco. Davvero bravi, personalmente vi consiglio un loro ascolto (recensione QUI). tequilafunkexperience_1Al termine della loro esibizione il pubblico chiede anche un bis, ma purtroppo non c’è tempo, siamo già andati lunghi (il festival è iniziato con un’oretta di ritardo) e passiamo quindi alla terza ed ultima band della serata, i Farmer Sea. La band in questione, proveniente da Torino, è nel bel mezzo del tour di presentazione del loro secondo disco, “A Safe Place”, uscito esattamente un anno fa. Il loro è un indie-rock più convenzionale, ma non per questo assolutamente banale. Hanno un sound che potremmo definire un mix tra lo stile dei R.E.M. e degli Ash, con venature autunnali e malinconiche mescolate a sprazzi di colore e freschezza sonora. Anche loro dimostrano di saperci fare sul palco, ma è anche vero che sono i “veterani” della serata, con un’esperienza quasi decennale e numerose apparizioni su palchi importanti tra i quali anche l’Heineken Jammin Festival. In conclusione, possiamo affermare che la preview del Pending Lips Festival è stata decisamente convincente; staremo a vedere ora cosa ci proporrà il Festival vero e proprio, ma state tranquilli, se la qualità resterà a questi livelli, vi dico che non ci sarà da preoccuparsi affatto… e poi lamusicarock.com ne è partner!C’è solo da fidarsi!

Andrea Bertocchi

 PENDING LIPS FESTIVAL  TUTTE LE INFO QUI

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The Stone Roses 17/7/12 @ Milano: s t r o n g r o s e s

E venne il giorno, The Stone Roses in Italia, Stone Roses dopo 18 anni di assenza, Stone Roses dopo le tre date storiche di Manchester dello scorso giugno (concerto con più richieste di biglietti della storia inglese); loro, gli Stone Roses, che si riprendono la scena musicale che hanno inventato 25 anni fa nella città che ha generato l’indie rock! C’erano davvero tutti all’Ippodromo del Galoppo per l’unica data italiana della band, dai ragazzini strafatti di MDMA, a chi invece con la seconda, Summer of Love che cambiò l’inghiliterra, ha rivissuto parti di storia della propria vita passata; c’era chi, come noi,  ha sempre sognato una loro reunion e chi invece era curioso di conoscere dal vivo una band di cui si è parlato tanto accostandovi nomi quali Oasis e co. definiti da sempre, loro eredi! Il sogno inizia, come al solito, con I Wanna Be Adored, la voce di Ian Brown non è più quella degli anni ‘80, ma la carica emotiva della band è rimasta intatta, la stessa di 25 anni fa; la scaletta propone i grandi classici del gruppo (degna di nota la lunga parte strumentale, con Shot You Down e Fools Gold, in cui mani e reni ci hanno fatto rivivere la Summer of Love dell’ 89 in cui anche l’uomo bianco iniziò a ballare). Il concerto scorre via di un fiato, un’ora e mezza tiratissima, senza mai una sosta, l’ultima parte è uno spettecolo, Made of Stone, This Is the One e She Bangs the Drums in sequenza, e senza interruzioni, tutti questi pezzi, loro, l’atmosfera surreale di ciò che hai sempre immaginato e hai finalmente di fronte, ci lasciano senza voce e senza forza nelle  gambe. Purtroppo dobbiamo svegliarci, veniamo portati alla realtà dalle note di I am the Resurrection, classico pezzo di chiusura dei concerti degli Stone Roses, il sogno finisce, o forse è stato solo il primo di nuovi incontri mistici con Ian e Co. La serata più emozionante delle nostre vite finisce con l’inno della scena Madchester: era il 1989, il thatcherismo era al crepuscolo della sua esistenza, una subcultura formata da un esercito di giovani in Adidas Samba era pronta a prendere il sopravvento, si gettavano le basi per il britpop e la cool britannia; Squire, Brown, ci stavano solo indicando la via, questa è storia della musica rock! Una piccola nota su John Squire è doverosa: ho sentito un tale dire una volta: “ho visto Dio, aveva il mio volto!”. Noi ieri abbiamo ammirato il Dio delle 6 corde, l’inventore dello shoegaze (per tutto il tempo non ha guardato altro che le sue scarpe), nessun gesto, per lui parlava la musica; Squire ha le sembianze di uno che se tira un dado fa 6 almeno per trenta volte di fila, ci abbiamo provato tutta la sera, senza riuscirci…

F.G.

Eccovi alcune delle foto della serata:

TUESDAY?: l'EP d'apertura verso il 2013 dei JULES NOT JUDE

I gruppi “commerciali” sono quelli con cui radio e tv ci inondano le orecchie ogni giorno; bravi (pochi), meno bravi (molti), originali ed irriducibili (quasi nessuno). Nel nostro paese poi, in questi anni, si è toccato livelli imbarazzanti. Sembra di stare a guardare il mare calmo e piatto all’orizzonte, senza accorgersi che, proprio là sotto, esiste un infinità di colore, di movimento, di energia. Di questo universo, fatto di band eccellenti, fanno parte i Jules Not Jude. L’aspetto più forte e significativo di questi gruppi, è che fanno quello che vogliono;  non seguono nessuna regola, nessuno gli mette paletti da rispettare, nessuno gli tappa le ali; sono liberi di volare alto e i Jules Not Jude volano alto.

Sono usciti nel 2009, hanno pubblicato un EP e poi subito il primo album; un altro EP, e ancora un altro, e non riusciamo ad essere sazi, vogliamo di più, quando esce il secondo disco? Ancora qualche mese. Inizio 2013. E allora in attesa di ascoltare l’atteso secondo album, torniamo a guardare quello che è stato. Troviamo l’album d’esordio “All Apples Are Red, Except For Those Which Are Not Red” di cui bisogna assolutamente ascoltare e vedere il video di: “Don’t Stop Your Thoughts In A Name”. Vediamo che i ragazzi hanno fatto tanti concerti in Italia e molti in giro per l’Europa; notiamo che hanno inciso il loro secondo EP a Londra nello studio dove qualche anno prima veniva inciso “The Wall”, e che sono stati l’unico gruppo italiano che, l’anno scorso, ha partecipato ad un prestigioso festival berlinese. L’ultima produzione dei Jules è l’EP intitolato “Tuesday?” uscito a Marzo 2012, contenente tre tracce inedite ed un remix, buon antipasto aspettando Gennaio. Accostati ai Fab Four, soprattutto per la squisita leggerezza delle canzoni e per la facilità con cui cambiano genere regalandoci sempre pezzi molto molto gradevoli.

All’interno dell’EP, continuando la loro tradizione Brit-Indie, i pezzi non seguono mai una struttura fissa; le canzoni si fermano, cambiano di netto, ripartono oppure hanno un  finale prolungato, come nell’energica “Talk Talk Talk”, dove per un minuto viene mantenuto lo stesso accordo, senza cantare, in antitesi con il titolo. Altro esempio di sregolatezza ci viene regalato con la frizzante “Tuesday” che dà il titolo all’EP, nella quale i musicisti si dilettano e il cantante fa sfoggio del suo ottimo inglese. L’ultimo inedito è la dolce “J” chitarra e voce, dalle forti influenze fumose e spensierate degli anni sessanta in bilico tra la psichedelia floydiana di “A Pillow Of Winds” e la delicatezza di “Too Much Love Will Kill You” delle regine del rock, con quel cambio molto raffinato sul finale. Il mini album si chiude con sonorità non del tutto sconosciute al gruppo, ricordiamo “Bubabeat” presente nel disco d’esordio, e lo fa con il remix di Tuesday ad opera dei Pink Holy Days. Le premesse per un’ottima riconferma ci sono tutte; attendiamo con ansia il nuovo anno.

Siti band: http://www.myspace.com/julesnotjude, http://www.facebook.com/pages/Jules-Not-Jude/45945569925, http://julesnotjude.tumblr.com/

 

Davide Pinchiroli