Eric Clapton presenta "Old Sock" out il 21 marzo

Dopo tre dall’ultimo “Clapton“, l’attesa sta per terminare. “Old Sock” il nuovo attesissimo album di Eric Clapton sarà nei negozi il prossimo 21 marzo.

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Il grande chitarrista blues ha deciso di includere nel disco due brani originali: “Every little thing” e “Gotta get over”, completando il lavoro con una serie di omaggi ai classici George Gershwin, Peter Tosh, J.J. Cale.
Non mancano le partecipazioni di prestigio. Su tutte quella di Paul McCartney al basso in “ All of me”. All’ascoltatore più attento poi non sfuggiranno le comparsate di JJ Cale e Chaka Khan presenti rispettivamente nei cori di “Angel” e “Get on Over”, e di Steve Winwood all’organo in “Still got the blues”.
Questa la track list di “Old Sock”:

01. Further On Down The Road
02. Angel
03. Every Little Thing
04. The Folks Who Live On The Hill
05. Born To Lose Continua a leggere “Eric Clapton presenta "Old Sock" out il 21 marzo”

I 10 migliori chitarristi di sempre secondo "Rolling Stone"

Il mensile “Rolling Stone” pubblica una nuova classifica. Si tratta dei dieci migliori chitarristi di tutti i tempi. La graduatoria ha una sua autorevolezza, dal momento che a votare sono stati chiamati anche alcuni fra i migliori musicisti contemporanei, fra questi: Kirk Hammett (Metallica), Joe Perry (Aerosmith), Ritchie Blackmore (Deep Purple), Lenny Kravitz, Albert Hammond Jr (Strokes) e Joe Walsh (Eagles).
In vetta, al primo posto per distacco (e non c’era forse bisogno di una classifica per confermarlo), Jimi Hendrix.

Questa la graduatoria completa:

1. Jimi Hendrix

2. Eric Clapton

3. Jimmy Page

4. Keith Richards

5. Jeff Beck

6. B.B. King

7. Chuck Berry Continua a leggere “I 10 migliori chitarristi di sempre secondo "Rolling Stone"”

Bob Marley: 10 canzoni per celebrarne il 31° Anniversario

Oggi ricorre il trentunesimo anniversario  della morte di Bob Marley (1945, St. Ann, Giamaica – 1981, Miami, Florida), lo celebriamo ricordandolo in 10 canzoni (estratte da “Playlist”, il libro antologia di Luca Sofri). Aveva 36 anni quando rifiutò l’amputazione di un piede in cui si era sviluppato un tumore maligno. Difficile sintetizzare sulla sua storia, come altrettanto difficile resta documentarla esaustivamente… lasciamo parlare le sue canzoni. Ne sono state scelte 10, riassuntive (dai  primi anni ’70 agli anni ’80): 

I shot the sheriff (Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no. (Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Stir it up (Catch a fire, 1973)
Per anni di candore adolescenziale mi è rimasta addosso la convinzione che lui le chiedesse di stirargli le camicie. Naturalmente le chiede ben altro, con abbondanza di metafore convenzionali (placa la mia sete, raffredda i miei bollori, cose così). L’aveva scritta nel 1967 e divenne un successo in Inghilterra cantata da Johnny Nash.

No woman no cry (Natty Dread, 1974)
Non si è mai capito chi l’abbia scritta, ché le vicende giamaicane legate alla gavetta di Marley sono un po’ confuse: se sia stato Marley stesso, il suo amico Vincent Ford che ne è l’autore ufficiale (ma per alcuni Marley gliene regalò i meriti per dargli una mano), o i due assieme. In inglese corretto il titolo significherebbe che senza donne non si piange: ma lo slang giamaicano usa “no” per “don’t”, “non piangere, donna”. È il più grande successo di Marley, la più famosa canzone reggae e uno dei più grandi esempi di che-je-fa-a-‘na-canzone la versione live (ce ne sono esecuzioni diverse in molti dei vari dischi live di Marley).

I shot the sheriff (Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no. (Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Stir it up (Catch a fire, 1973)
Per anni di candore adolescenziale mi è rimasta addosso la convinzione che lui le chiedesse di stirargli le camicie. Naturalmente le chiede ben altro, con abbondanza di metafore convenzionali (placa la mia sete, raffredda i miei bollori, cose così). L’aveva scritta nel 1967 e divenne un successo in Inghilterra cantata da Johnny Nash.

No woman no cry (Natty Dread, 1974)
Non si è mai capito chi l’abbia scritta, ché le vicende giamaicane legate alla gavetta di Marley sono un po’ confuse: se sia stato Marley stesso, il suo amico Vincent Ford che ne è l’autore ufficiale (ma per alcuni Marley gliene regalò i meriti per dargli una mano), o i due assieme. In inglese corretto il titolo significherebbe che senza donne non si piange: ma lo slang giamaicano usa “no” per “don’t”, “non piangere, donna”. È il più grande successo di Marley, la più famosa canzone reggae e uno dei più grandi esempi di che-je-fa-a-‘na-canzone la versione live (ce ne sono esecuzioni diverse in molti dei vari dischi live di Marley).

Ride natty ride (Survival, 1979)
L’apocalisse che si porterà via i malvagi è resa un po’ meno terrificante dall’andamento della canzone, buono al massimo per farsi tutti assieme un bagno in mare, devoti e peccatori. E “go deh!” pensavo lo potessero dire solo i livornesi che commerciano col campo Darby.

One drop (Survival, 1979)
“They made the world so hard, everyday the people are dying” Uno dei pezzi meno riprodotti diSurvival, il disco di chiamata all’insurrezione africana, è quello col ritmo più eccitante e rilassante assieme (però andò fortissimo in Giamaica).

Redemption song (Uprising, 1980)
Canzoni di libertà, canzoni di redenzione. L’ultima cosa di Marley, stupenda. Meglio la versione da solo, che quella con la band: o anche la bella cover di Joe Strummer. Nell’ultima puntata della prima serie di Lost, la cantava Sawyer.

Forever loving Jah (Uprising, 1980)
“Old man river, don’t cry for me”: Marley era un uomo che conosceva i testi sacri ma anche quelli profani del blues: “old man river” è una espressione consueta del genere, e il fiume di solito è il Mississippi. Forever loving Jah ribadisce il fatto che “non abbiamo paura di niente”, neanche di quelli che spararono contro di lui e sua moglie, nel 1976, alla vigilia di un concerto per la pacificazione tra le fazioni avverse in Giamaica.

Fonte: IlPost

Le chitarre più costose nella storia del rock

Il sito ExecDigital ha recentemente stilato una curiosa graduatoria. Il portale, dedicato al settore delle chitarre e rivolto a esperti e dirigenti delle principali case di produzione a sei corde, ha provato a stilare una graduatoria delle cinque chitarre più costose della storia del rock. La graduatoria si basa su criteri quali: modello, chitarrista ed occasione in cui lo strumento è stato usato. Le cifre fanno girare la testa. Ecco la classifica:

5. La Gibson ES0335 TDC del 1964 di Eric Clapton
E’ lo strumento suonato da Slowhand per tutto il 1964. In seguito ad un’asta, questa chitarra è diventata la Gibson più costosa del mondo a 847.500 dollari

4. Blackie – Stratocaster Hybrid di Eric Clapton
Nel 1970 Clapton cambiò preferenze e passò dalla Gibson alla Fender e in Texas acquistò sei “Strat”. Tre le regalò a George Harrison, Pete Townshend e Steve Winwood, mentre le altre tre le sezionò e con le parti costruì la mitica Blackie che fu la sua fedele compagna dal 1973 al 1985. Venduta a 959.000 dollari

3. Washburn 22 Series Hawk di Bob Marley
In tutta la sua carriera Marley suonò solamente sette chitarre. Questa è una di esse. Il governo giamaicano la considera una risorsa a livello nazionale. Il suo valore si aggira tra 1.2/2.0 milioni di dollari
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