“Come fossi Dio” è l’impegnativo titolo scelto da Leon per il suo primo album solista. L’artista valdostano pubblica il suo primo album dopo una carriera che lo ha portato a collaborare con diversi gruppi (Elettrocirco, Los Bastardos etc…) e a suonare per i più svariati festival fra Piemonte e Val d’Aosta. Dopo quindici anni di esperienza alle spalle Leon fa tutto da solo, provandoci con questo disco ambizioso, che lui stesso non esita a presentare così: “Confesso che in questo progetto svelo tutti i miei peccati, le mie debolezze, le mie nefandezze. Come il più perverso degli esibizionisti mostro tutto di me: il mio corpo, le mie emozioni, la mia anima ribelle”.

Un tentativo di ribellione perseguito per tutta la durata del disco. Una voglia di trasgressione dichiarata e rincorsa che però espone l’opera di Leon ad un antipatico rischio. Non c’è nulla di meno trasgressivo di voler mostrare ad ogni costo la trasgressione, non c’è ribellione nel gridare al mondo guardate quanto sono ribelle.
La title track “Come fossi Dio” apre l’album e ne è dichiarazione d’intenti: “Voglio essere Dio? Ebbene signori confesso anche questo. L’ho pensato, più volte. Ogni volta che prendo in mano la chitarra, ogni volta che canto e riesco ed esprimere ciò che sento, io mi sento come lui”. Si tratta di una ballata sensualmente blasfema, sorretta da un arrangiamento volutamente sporcato dall’elettronica. Un pezzo che mette subito di fronte alle intenzioni dell’artista. Questo è il disco prendere o lasciare. Leon te lo dice già dalla prima traccia: “Un artista non può che mettersi a nudo, se vuole essere tale”. Scegliamo, e altrettanto ci sentiamo di consigliare, di prendere. A ragion veduta è la scelta giusta. Continua a leggere “Leon "Come fossi Dio": la recensione”