“DAYS BEFORE THE ROBBERY”: Il Best Seller musicale dei “DOGS IN A FLAT”

La vera sfida in musica è partire con un pensiero o una storia e riuscire a colorarne con suoni avvolgenti ogni particolare. “Days Before The Robbery” è questo, una serie di racconti di uomini e donne comuni con vite differenti, di storie d’amore ed eventi che portano a delle scelte.

I “Dogs In A Flat” portano in trionfo sonorità ricercate e melodie vincenti con il profumo country delle migliori band storiche del genere.

L’album parte subito in terza con il ritmo coinvolgente di “Peggy’s Night”, e ti trascina in un fiume di emozioni che sfocia in quello che potrebbe esser il loro capolavoro: “Old Dirt Road”; gli arpeggi sono a dir poco affascinanti , stroboscopici , che potrebbero durare ore e non toccheresti mai il tasto forward:  la seconda chitarra e la voce grave del cantante scaldano il motivo introducendo la storia con un’impronta convincente e immediata; Ti trovi catapultato in mezzo al deserto e percepisci le intenzioni della band raggiungerti l’orecchio senza l’abuso di distorsioni feroci; “un pezzo davvero bello”, la cui connotazione malinconica regna anche in ”Diamond Age” e ”Sam Radio Star”.

Grande merito anche ai missaggi molto ben amalgamati.

Qualche critica negativa va alle composizioni tanto belle quanto poco innovative (limite di buona parte dei generi musicali nativi). Le forti influenze country limitano inequivocabilmente le scelte di arrangiamento e “Shine” (ultimo brano della lista) dimostra, lasciando un po’ di amaro in bocca, quanto sperimentare osando in musica sia arduo.

Tuttavia per gli amanti del genere questo è davvero il top. Un non “concept album” che fa rivivere quei momenti dove il male di vivere dell’uomo rischia di scatenare una reazione, come “una rapina”; in “Days Before The Robbery” quest’ unica realtà viene segmentata in diversi racconti attraverso il quale il quintetto veneto vi renderà spettatori di un film trasparente, la cui colonna sonora però, ne descrive ogni attimo.

contatti: http://www.myspace.com/dogsinaflathttp://www.facebook.com/dogsinaflat

 

Simone  Davide Trotolo

Paolo Nutini 13/7/12 @ Villa Arconati

E dalla Scozia finalmente è arrivato. L’aspettavamo a Milano da qualche tempo, stavamo addirittura pensando di andare in trasferta in terra scozzese per sentirlo al meglio, e invece eccolo arrivare con il suo summer tour a Bollate. Paolo Nutini porta sul palco il suo folk alternativo, il suo blues d’altri tempi, ma suonati, cantanti e scritti da lui, giovanissimo, anche se dalla voce non si direbbe abbia solo 25 anni. La cornice dell’evento live a cui abbiamo preso parte, è ancora una volta Villa Arconati a Bollate, location suggestiva (già teatro per noi quest’anno di Afterhours e Erikah Badu). La serata si sveglia e accende a partire dal cielo, nuvole rapide cullate dal vento che le fa colorare prima di bianco, poi nero e poi di rosso, il tempo regge e siamo tutti contenti! Cappelli di paglia ovunque, tutto in stile Candy, ed è Candy che aspettiamo anche noi, ad ogni cambio di chitarra di Paolo, l’attesa dei secondi immediatamente prima allo scocchio degli accordi ti fa pensare a quale sia il pezzo che suonerà. Certo non parliamo di un autore da decine di album alle spalle, siamo solo a quota due, in arrivo il terzo il prossimo novembre, ma non cè dubbio che già quel che ha fatto sia molto. Nutini si concede poco in termini di tempo, il concerto facendo un paragone, è durato all’incirca il tempo del riscaldamento di Bruce Springsteen, solamente 1 e un quarto, o poco più (Paolo impara dal boss che instancabile va oltre le 3 ore). Non c’è dubbio, siamo rimasti delusi quando il concerto si è chiuso così, in un attimo, o meglio in un lampo, a pochi minuti dalla fine ha iniziato pure a scendere qualche goccia di pioggia estiva. Nonostante ciò quell’ora concessa è stata ricca, intrisa dalla sua voce energica e aggrappata ad ogni singola parola cantata, suonata, ballata. Sono stati presentati anche dei brani del nuovo album, molto blues, ma molto brit, quasi un superamento del suo caratteristico folk-blues (“One way” è uno degli inediti proposti, due grandi assenze alla scaletta, Rewind e New Shoes). Lo show si apre con un brano pop-ska, 10 and 10, accompagnato dalla sua band composta da Donny Little (chitarra), Michael McDaid (basso), Dave Nelson (tastiere), Gavin Fitzjohn (sax) e Thomas ‘Seamus’ Simon (batteria), e lui Paolo, Paolino per noi fan. “Chi è Paolo Nutini?” ci è stato detto, ascoltatevi Candy, Worried Man, Pencil full of Lead e la bellissima Growing up beside you. Ve lo siete persi? Lo potrete rivedere alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra 2012 il prossimo 27 luglio alle 19.30, e nelle foto che abbiamo scattato in occasione del live, eccole (a seguire la scaletta):

Di seguito la scaletta:

  1. 10/10
  2. Alloway Groove
  3. High Hopes
  4. Jenny Don’t Be Hasty
  5. Bear Me In Mind
  6. Worried Man
  7. Growing Up Beside You
  8. Coming Up Easy
  9. These Streets
  10. Over And Over
  11. One Day
  12. Sleepwalkin
  13. Pencil full of lead
  14. No Other Way
  15. Candy
  16. Birdy
  17. Last Request
  18. Common Truth

Esordio deciso per i KEAM; un bel rock-prog-metal

Ci vuole un pò per inquadrare, se è possibile, i Keam; l’esordio discografico con l’album dal titolo omonimo è una piacevole e bella novità; all’inizio sembrano il classico gruppo metal, ma subito dopo capisci che non è così; osano di più, sono più raffinati, sono potenti, ti caricano ma senza dover farti necessariamente roteare la chioma. Sono duri ma piacevoli da ascoltare e non troppo di parte; è un continuo viaggiare su quella linea sottile che divide rock e metal, prediligendo l’uno o l’altro a seconda del momento. La chitarra usa quel tipo di distorsione e quella tipologia di accordi che ricordano il metal; cè poi la presenza del synth, anch’esso prerogativa fondamentale del genere, ma al posto di seguire temi propriamente metallari suona invece melodie diverse, da quelle che potremmo immaginarci. Sembra abbassare i toni alzati dalla chitarra e li riporta verso una melodia d’insieme più popolare. La canzone dopo succede il contrario. Il synth suona aggressivo e la chitarra smorza i toni, e questo succede anche all’interno dei singoli pezzi, tra strofa e ritornello ad esempio. Anche la voce prende ispirazione da più generi; il cantante canta in voce naturale senza dover fare acuti e raramente si sfoga con urli, peraltro eseguiti alla perfezione; insomma è una bella voce rock, arricchita con il giusto tocco d’effetti.

I Keam fanno qualcosa di innovativo che non c è in giro, senza eccedere o strafare. L’estetica della canzone è importante, una canzone deve essere indubbiamente bella, qualsiasi genere essa sia. I  gruppi che fanno questo fanno un passo avanti rispetto agli altri, se poi come i Keam fanno qualcosa in qualche modo di nuovo, i passi avanti diventano due.

Le dieci canzoni di cui il disco è composto sono tutte belle allo stesso modo, se pur ognuna di esse è ben definita. Citiamo la traccia d’apertura “7000 Dawns” con quella melodia orientale,  neanche troppo originale ma che ci sta benissimo, oppure il primo singolo estratto “The Secret” di cui è disponibile anche il video, o ancora “Robin’s Revenge” che regala meraviglia con l’entrata del pianoforte, ed anche “ShowDown” che parte molto aggressiva per poi cambiare. Ben riuscito anche il finale del disco, sulla fine dell’ultima traccia, con la presenza di una radio dal suono sporco, d’epoca, con la voce che gli va dietro molto bene.

La registrazione è di alta qualità, il disco è suonato con molta precisione e mixato molto bene. Strumentalmente sono ineccepibili; bella l’idea di mescolare tanti suoni ed effetti diversi sempre su una base rock. Ogni canzone ha il suo effetto strano e a volte il suo tema particolare. L’atmosfera corale che viene creata come sfondo non è mai prepotente, ma al punto giusto per ottenere un risultato corale comunque sempre elegante.

 

contatti: http://www.keam.it/, http://www.facebook.com/pages/Keam/182541891783510,

 

 

Davide Pinchiroli

I VANZ migliorano ancora: "AVENGE THE SURFERS"

Sono tornati i Vanz con “Avenge The Surfers” confermandosi e migliorandosi rispetto ai lavori precedenti. Sicuramente sono forti, spontanei, tutt’ora motivati; hanno tutte le carte in regola per competere con i gruppi punk rock a livello mondiale anche; la batteria gira bene e non ha paura di metterci  del suo, belli gli stacchi; le chitarre suonano in pieno stile punk rock, con quel tocco di freschezza portato dai suoni vintage e non troppo distorti e dalla tipologia di suonata, evitando i power-chords, almeno nelle strofe, tipici del genere. Tecnicamente anche le chitarre ci sono; quando devono osare, lo fanno alla grande, sempre all’interno di quello che il genere detta. Il basso segue bene i ritmi tracciati dalla batteria, e anch’esso non sfora mai dalle sonorità dei college californiani. La voce ha timbro normale, ma dà un senso di intraprendenza, di gioia, di spensieratezza; le melodie risultano belle ma semplici.

Il disco inizia, e fino alla traccia numero sette “I’m A Light” è un manifesto al genere sopracitato; dopodiché avviene una qualche sorta di cambiamento; nella seconda parte del disco, si riconosce una maturità più raggiunta, se non altro per la ricerca di evolvere dallo stile classico; la traccia numero otto “Remembering” e la numero undici “Party Crasher” ne sono un esempio; evolvono fino a trovare riflessi grunge come nella traccia di chiusura, che dà il nome all’album “Avenge The Surfers”, ascoltare la strofa per farsi un idea.

Si riconosce l’ottimo lavoro in studio, l’impegno messo nella creazione dei singoli pezzi, con i vari stop, controtempi, ritmi quasi sempre specifici per ogni brano, riff anche articolati, ricerca di sonorità particolari. Le idee di certo non mancano e la voglia di fare neppure, il problema è che sono totalmente vincolate all’icona del punk rock e delle suo leggi non scritte. Quello che ne esce è un genere ben definito, in tutte le tracce; tutte tranne una, la prima: “Intro – Leavin From FCO To DPS”. Sarà incredibile, ma per sonorità, per lo sfondo che si sente, per il tentativo, ben riuscito, di essere originali, la traccia più interessante dell’album è proprio questa.

Piccolo appunto, non si capisce come in un posto che ha dato i natali ai Doors, ad esempio,ed ha  contribuito alla loro psichedelia innovativa, abbia potuto far proliferare per così tanto tempo, si parla già di più di un ventennio, il punk rock. Il primo punk, che era cento volte più originale e “nuovo”, è durato solo qualche anno, mentre questa pseudo vena, che da quello in qualche modo discende, è sulla cresta dell’onda da vent’anni almeno. Il genere può piacere o meno, anche se è semplice ed orecchiabile, ma per tutto questo tempo è rimasto uguale senza una minima evoluzione, e questo purtroppo al giorno d’oggi non è più ammissibile.

contatti: http://www.vanz.eu

 

Davide Pinchiroli

Negrita "Dannato Vivere tour 2012": La recensione del concerto di Villafranca Verona. Scaletta aggiornata

“Certo che questo Castello…insomma ragazzi, non capita tutti i giorni di suonare in location del genere”, Pau ringrazia, i Negrita apprezzano la cornice di
Villafranca. In effetti il clima che si respira sabato sette luglio, fra le mura del Castello Scaligero ritaglia attorno al live una cornice per certi versi impropria ad un concerto rock.
Lo scorso inverno avevamo seguito la tappa milanese del “Dannato tour 2012“. Quella del Mediolanum Forum era stata la solita performance di livello dei Negrita, ma
l’atmosfera di questa serata è davvero un’altra cosa. Arriviamo a Villafranca con un’ora d’anticipo rispetto all’orario d’inizio dello show. Stupiti troviamo il
nostro posto auto. Non ci sono gratta e sosta, né ragazzi con la pettorina arancione. Un uomo griglia hamburgher nel piazzale antistante al pub che guarda il
Castello. Noi, abituati al classico camioncino dei panini, paghiamo, mangiamo e ringraziamo.
Il sole tramonta alle spalle di Villafranca, che allo sguardo di un passante distratto potrebbe apparire in festa. Nel pieno di una sagra. Entriamo senza lungaggini,
tornelli o file. Pochi minuti e siamo seduti sul prato di fronte al palco. La gente attorno è rilassata sui propri teli. Mano a mano che il buio comincia a calare sul
Castello i fans più accaniti si alzano in piedi, guadagnando le posizioni vicino al palco, mentre le famiglie contanto di figli a seguito, restano appena
fuori dalla calca. Lo stesso per i gruppi di amici che preferiscono conservare un po’ di spazio per ballare, saltare e concedersi qualche gag, piuttosto che seguire il concerto in
prima fila.
I Negrita aspettano il buio. Alle 21.45 le movenze dinoccolate di Pau riempiono il palco, mentre le note di “Cambio” danno il via allo spettacolo. La prima parte del
concerto presenta al pubblico i nuovi brani dell’ultimo album “Dannato Vivere”. La prima mezz’ora i Negrita se la bevono alla goccia. Pau interrompe la musica per
presntare “Salvation” condividendo con il pubblico la speranza di un’imminente “rivoluzione senz’armi che possa cambiare le cose nel nostro paese”. Poi riprende il
microfono “Adesso facciamo qualche pezzo più vecchio, ok?”. I Negrita attaccano “In ogni atomo”. E’ il punto di rottura. Non che prima fossero intorpiditi, ma per il
pubblico è come una scossa. Anche la band sembra rendersene conto. Adesso il rapporto è continuo, Pau stuzzica, provoca, invoca il pubblico di Villafranca che ora
risponde presente. Continua a leggere “Negrita "Dannato Vivere tour 2012": La recensione del concerto di Villafranca Verona. Scaletta aggiornata”

Finisce un'era. Fame di idee nuove. I FLEBOLOGIC con SHIPWRECK

Il mondo sta cambiando alla velocità della luce; stiamo vivendo forse la più grossa rivoluzione culturale che ci sia mai stata; sta toccando moltissimi stati, nello stesso momento, e riguarda tutto. Tutte le vecchie concezioni “classiche” di qualsiasi cosa, sono di fronte ad una scelta: o rifondarsi o morire. Anche la musica non si può e non si deve esimere da questa scelta; non esistono più band che sfondano suonando Rock n’ Roll classico o Blues classico; i Muse (per citare una band mondiale) hanno interpretato, e continuano a farlo, la rivoluzione culturale che stiamo vivendo, suonando il rock, ma in modo totalmente innovativo, con suoni nuovi e strani, fin dagli esordi.

E questi ragazzi, i Flebologic, lo stanno facendo, e lo stanno facendo bene, senza voler strafare, ma suonando ciò che gli piace in modo innovativo. L’Ep, intitolato “Shipwreck“, è uscito a maggio 2012, contiene cinque brani più una traccia fantasma, ed è
avanti dieci anni rispetto alla maggior parte della musica che si ascolta per radio ultimamente. Le atmosfere che questi ragazzi riescono a crere sono stupende, in ogni canzone. Volete ascoltare cosè il reggee o l’afro contemporanea? Ascoltate l’eleganza di “Angel Dub“, quarta traccia del disco. Per capire cos’è il blues di inizio decennio bisogna lasciarsi trasportare da “Crawlin’ Worm”, con quelle influenze psichedeliche; quasi non sembra neanche blues. La traccia forse più pop è “Mi(s)sunderstanding”, terza traccia dell’Ep, molto molto ben fatta; troviamo poi l’electro-pop nella traccia di apertura, che dà il titolo al disco, “Shipwreck”, e nella ghost track. Ed infine c è la perla della composizione che prende il nome di “Old Big Boat“, decisamente una gran bella canzone.

Nel complesso l’Ep è veramente bello; la musica che suonano i Flebologic è rilassante, ambient, indubbiamente di buon gusto. E i Flebologic hanno buon gusto e hanno buone idee e sono al passo coi tempi. Lo dimostra il fatto che suonano diversi generi con una musicalità nuova, che non si limitano ad un unico genere il che li rende liberi, e che oltre alla musica suonata, una band al giorno d’oggi è anche altro; amici fotografi che curano la fotografia e che girano video musicali da far invidia alle “majors” o, come nel loro caso, le copertine delle varie copie dell’Ep disegnate a mano dallo stesso Marco Rossi, una diversa dall’altra, rendendo il tutto una vera e propria opera, ma solo per il gusto di esprimersi.

contatti: http://www.myspace.com/flebologic, http://www.facebook.com/flebo.logic, http://flebologic.wix.com/index

 

Davide Pinchiroli

La potenza degli EMILY WITCH trova il primo sfogo in "PAINFULLY SOBER AGAIN"

Painfully Sober Again” è il primo Ep pubblicato dagli Emily Witch. Che forza, che aggressività, che rock questi Emily Witch. Il sound è quello dei primi Nirvana, del primo Manson a tratti, dei primi Pearl Jam che si fa più pesante in alcuni passaggi, sfiorando il suono dei Korn, e più dark in altri ricordando il periodo down dei Cure. Che bello tornare a sentire la potenza della disperazione che si fa musica, con le chitarre così aperte tipiche del grunge, che si sfogano anche con assoli veloci e insistenti.

L’Ep, registrato senza badare troppo alla perfezione, ma dando il cuore come tradizione vuole, è composto da cinque pezzi che si alternano tra alti e bassi, tra buone canzoni ben definite ed altre che si perdono e che non comunicano fino in fondo il messaggio. Non si trovano canzoni da singolo in questo Ep, come nel primo album dei Nirvana in cui fu difficile individuare un singolo da proporre al grande pubblico, cosa cambiata poi col secondo album. Anche nell’Ep degli Emily Witch è difficile individuare un probabile singolo; ciò non toglie che ci siano passaggi mozzafiato all’interno del disco; una canzone su tutte “Gerbera”, seconda traccia del disco, che suona per nove minuti, il che non è da tutti, partendo aggressiva in pieno stile grunge, con un ritornello dalla bella melodia, cantato da una voce graffiante, e che da metà canzone si trasforma creando un’atmosfera, prima silenziosa in cui il basso scandisce la melodia con cenni di chitarra, ma che poi cresce sempre più d’intensità con l’ingresso delle chitarre finali, rabbiose e struggenti, da brivido.

La prima traccia dell’Ep, “Klang” e la terza, “Demenza Senile” sono un po’ i manifesti dello stile degli Emily Witch. La prima, bella veloce, da live. La seconda, dal riff sofferto e cupo che accompagna tutta la canzone, su cui gli altri strumenti, voce compresa,  trovano sfogo. Degna di nota anche la “ballad” dell’Ep, la canzone di chiusura, “Elevator”, registrata bene, con buone idee sugli arrangiamenti, in cui spicca la bella voce del cantante. Un buon punto di partenza per gli Emily Witch, da evolvere sicuramente in un album completo, alzando magari il livello della registrazione e aprendosi un po’ verso un pubblico più ampio.

 

Contatti: http://www.myspace.com/emilywitchcz, http://www.facebook.com/Emily.Witch

 

Davide Pinchiroli

Il mondo cambia e gli AVVOLTE pubblicano: “L’ESSENZIALE è INVISIBILE AGLI OCCHI”

Sono tornati gli Avvolte con un album che conferma in pieno le aspettative. “L’essenziale è Invisibile Agli Occhi” è uscito il 7 maggio; l’abbiamo ascoltato e al termine dell’esecuzione siamo rimasti in silenzio, applaudendo. Ottimo disco; nulla da dire. Veramente un album di livello superiore alla media. Eccellente il mixaggio e l’editing.

Strumentalmente il disco è eseguito alla perfezione con ottimi arrangiamenti, mai ripetitivi. La batteria spazia abilmente tra tempi differenti, sempre molto presente, riempie a meraviglia tutte le canzoni ed il basso la segue con maestria. Le chitarre utilizzano molti effetti sempre indovinati, creando bellissime atmosfere; i chitarristi sono molto precisi, quasi mai si rendono banali con l’utilizzo di accordi pieni, ma predirigono accurati arpeggi intervallati a cenni taglienti. La voce del cantante rientra a pieno nella sfera delle voci maschili del rock alternativo italiano, sia come melodie affrontate che come timbro; un mix tra Godano e Agnelli, con sfumature Mussidiane ed un tocco di originalità, presente in ogni buon artista, con cui rende proprie le canzoni, più di ogni altro strumento. I testi sono testi forti, di protesta, senza per forza doversi schierare, raccontano il malessere dei più deboli che tocca sempre più persone. E’ molto positivo che in tempi come i nostri, dove tutto il mondo si sta muovendo per voltar pagina col passato, anche la musica italiana lo faccia. Questo movimento troppo spesso è stato attribuito oltremanica oppure oltreoceano.

L’eleganza con cui gli Avvolte parlano dell’insofferenza che sempre maggiore cresce nel popolo italiano, che chiede parola, potere decisionale, rispetto, onestà, trasparenza, dovrebbe essere esposta a livello mediatico. Vengono trattati il tema della sicurezza nei cantieri con il singolo “Nessuna Rete” con la bellissima introduzione di Lydia Lunch, molto sensuale, canzone di cui è stato girato anche il video. Il tema della mancanza di un futuro, il malessere dovuto all’impossibilità di realizzare i propri sogni, il desiderio di cambiare tutto questo traspare in tutte le tracce dell’album ed emerge in brani come  “Resaca” e “Apnea”. La voglia di vivere in un mondo fondato sulla meritocrazia, viene espressa in “Ti Piace l’Articolo”. Da ascoltare assolutamente “La Vita Che Ti Spetta”, molto riflessiva. “L’essenziale è Invisibile Agli Occhi” risulta essere un lavoro di alto livello, scritto e suonato da professionisti, che non stanca mai l’ascoltatore; piace la prima volta che viene ascoltato, e piace anche dopo il centesimo ascolto, dando modo di scoprire ogni volta sfumature e sonorità così ricercate e volutamente poste in secondo piano. I temi trattati sono forti e la musica complementa il tutto fornendo gli opportuni spazi riflessivi, ma l’intera composizione non si lascia mai andare totalmente alle emozioni, rimane sempre controllata e impeccabile, perché è così che vogliono la rivolta sociale; senza estremismi, sempre col lume della ragione ardente.

contatti: http://www.avvolte.it/, http://www.youtube.com/avvolte, http://www.facebook.com/avvolte, http://www.twitter.com/avvolte,  http://www.myspace.com/avvolte

 

Davide Pinchiroli

TUESDAY?: l'EP d'apertura verso il 2013 dei JULES NOT JUDE

I gruppi “commerciali” sono quelli con cui radio e tv ci inondano le orecchie ogni giorno; bravi (pochi), meno bravi (molti), originali ed irriducibili (quasi nessuno). Nel nostro paese poi, in questi anni, si è toccato livelli imbarazzanti. Sembra di stare a guardare il mare calmo e piatto all’orizzonte, senza accorgersi che, proprio là sotto, esiste un infinità di colore, di movimento, di energia. Di questo universo, fatto di band eccellenti, fanno parte i Jules Not Jude. L’aspetto più forte e significativo di questi gruppi, è che fanno quello che vogliono;  non seguono nessuna regola, nessuno gli mette paletti da rispettare, nessuno gli tappa le ali; sono liberi di volare alto e i Jules Not Jude volano alto.

Sono usciti nel 2009, hanno pubblicato un EP e poi subito il primo album; un altro EP, e ancora un altro, e non riusciamo ad essere sazi, vogliamo di più, quando esce il secondo disco? Ancora qualche mese. Inizio 2013. E allora in attesa di ascoltare l’atteso secondo album, torniamo a guardare quello che è stato. Troviamo l’album d’esordio “All Apples Are Red, Except For Those Which Are Not Red” di cui bisogna assolutamente ascoltare e vedere il video di: “Don’t Stop Your Thoughts In A Name”. Vediamo che i ragazzi hanno fatto tanti concerti in Italia e molti in giro per l’Europa; notiamo che hanno inciso il loro secondo EP a Londra nello studio dove qualche anno prima veniva inciso “The Wall”, e che sono stati l’unico gruppo italiano che, l’anno scorso, ha partecipato ad un prestigioso festival berlinese. L’ultima produzione dei Jules è l’EP intitolato “Tuesday?” uscito a Marzo 2012, contenente tre tracce inedite ed un remix, buon antipasto aspettando Gennaio. Accostati ai Fab Four, soprattutto per la squisita leggerezza delle canzoni e per la facilità con cui cambiano genere regalandoci sempre pezzi molto molto gradevoli.

All’interno dell’EP, continuando la loro tradizione Brit-Indie, i pezzi non seguono mai una struttura fissa; le canzoni si fermano, cambiano di netto, ripartono oppure hanno un  finale prolungato, come nell’energica “Talk Talk Talk”, dove per un minuto viene mantenuto lo stesso accordo, senza cantare, in antitesi con il titolo. Altro esempio di sregolatezza ci viene regalato con la frizzante “Tuesday” che dà il titolo all’EP, nella quale i musicisti si dilettano e il cantante fa sfoggio del suo ottimo inglese. L’ultimo inedito è la dolce “J” chitarra e voce, dalle forti influenze fumose e spensierate degli anni sessanta in bilico tra la psichedelia floydiana di “A Pillow Of Winds” e la delicatezza di “Too Much Love Will Kill You” delle regine del rock, con quel cambio molto raffinato sul finale. Il mini album si chiude con sonorità non del tutto sconosciute al gruppo, ricordiamo “Bubabeat” presente nel disco d’esordio, e lo fa con il remix di Tuesday ad opera dei Pink Holy Days. Le premesse per un’ottima riconferma ci sono tutte; attendiamo con ansia il nuovo anno.

Siti band: http://www.myspace.com/julesnotjude, http://www.facebook.com/pages/Jules-Not-Jude/45945569925, http://julesnotjude.tumblr.com/

 

Davide Pinchiroli

Attesissimi debuttano i MASCARA con TUTTI USCIAMO DI CASA

Dopo un EP autoprodotto uscito due anni fà i MasCara debuttano con l’atteso primo disco “Tutti Usciamo di Casa”. Già dal titolo si percepisce che questo disco vuole rivolgersi ad ognuno di noi, parlando del passaggio esistenziale verso l’età adulta; è una sensazione, è un insieme di esperienze che tutti vogliamo raccontare, ed è proprio così.

Fin dal primo ascolto ci accorgiamo della particolarità di questo lavoro; la batteria è fortemente improntata sullo stile anni ottanta, ossia quel suono elettronico, campionato, liscio e minimale, ma che allo stesso tempo riesce a dare profondità e mestizia all’intera composizione. Anche gli altri strumenti hanno influenze derivanti da quegli anni, ma molto meno evidenziate. La chitarra, viceversa, quasi assente e sicuramente in secondo piano nella prima parte di quel decennio, in questo disco riveste un ruolo principale, sia nella ritmica, che nella melodia e attribuisce forte calore ad ogni traccia, giocando molto anche sugli effetti. La voce ha un timbro piuttosto grave, e questo genera nell’ascoltatore una sensazione di potenza e sicurezza, le melodie cantate sono originali ma sempre piacevoli. La freddezza della batteria e del basso, unita al calore di chitarra e voce si amalgamano a meraviglia in questo disco, il tutto miscelato con elementi di un’orchestra, che rendono la composizione a tratti empirea. “Tutti escono di casa” è un concept album, ossia un album che tratta lo stesso tema, solitamente una storia, per tutta la sua durata, che generalmente ha melodie che si ripetono e forniscono il tema principale, e molto spesso con canzoni che sono unite l’una con l’altra. Tutti questi elementi si riconoscono e sono espressi molto bene; forse manca la presenza di un tema musicale ben definito ricorrente; mancanza compensata dalla voce che gira molte volte intorno a melodie simili, insieme al timbro del cantante molto riconoscibile, ed alla metrica particolare che costui utilizza.

La traccia iniziale “Dorian (Postodern Parte 1)” si apre con un coro che introduce la canzone e il disco, anche questo elemento è tipico dei concept album; in “I Giorni Di Urano Contro” traspare un senso di tranquillità, di gioia, di pace dei sensi che si esalta con l’introduzione al ritornello; sensazione che si riscontra anche nella copertina del disco, veramente ben fatta e molto esplicativa; l’atmosfera e soprattutto la scelta delle note, che non seguono sempre la più logica melodia, hanno anche qui influenze anni ottanta. Il pezzo più rock dell’album è “La Stanza”, quinta traccia del disco. Settima canzone è “Dorian (Postodern Parte 2)” ripresa della traccia d’apertura, anche questo carattere specifico di questo genere di album, in cui ascoltiamo con piacere le note delicate di un flauto solista a cui viene dato ampio spazio e importanza. Si conclude con “L’ultimo Viaggio Di Argo” in cui ritroviamo le stesse sensazioni della copertina, gioia e pace, degna conclusione di un disco complesso strumentalmente, dagli arrangiamenti raffinati, ma che risulta molto piacevole.

La canzone finale, inserita all’interno del contesto dell’album, è da nove e mezzo; sfiora la perfezione ma non la raggiunge per il finale forse troppo poco valorizzato; proprio le ultime note, con l’ausilio magari dell’orchestra, sarebbero potute essere più incisive; anche l’inizio del disco, molto ben studiato ed eseguito, non convince fino in fondo. Poi attaccano gli strumenti, e la musica raggiunge livelli altissimi; tutto è stato fatto all’insegna dell’originalità e questo forse ci fa ancora più piacere.

Sito MasCara: http://www.mascarawave.it/

 

Davide Pinchiroli