Un boss a Milano: Bruce Springsteen San Siro 07/06/2012

“Yeah, sing it hard and sing it well / Send the robber barons straight to hell / The greedy thieves that came around and ate the flesh of everything they’ve found / Whose crimes have gone unpunished now / Walk the streets as free men now.” (Death To My Hometown)

questi versi riassumono quello che Bruce ha urlato a gran voce nello stadio milanese lo scorso 7 giugno. Stesso tema affrontato anche a Berlino, probabilmente il filo rosso del tour del Boss. Il suo messaggio, come il suo nuovo album, Wrecking Ball, riguardava una questione di interesse universale: il saccheggio delle nostre economie e vite da parte delle banche che sfacciatamente divorano i nostri soldi. (bè i suoi forse non tanto quanto i nostri, ma sentire comunque un icona del genere parlare di questioni così a noi vicine fa sempre piacere). Springsteen si scaglia contro “ladri baroni”… “in America molte persone hanno perso il lavoro e so che in Europa i tempi sono duri”; riferimenti e dediche anche ai terremotati emiliani ovviamente e un concertone di quasi quattro ore che ha riportano a distanza di 4 anni a Milano l’ironia glaciale e rock del boss. L’inizio del concerto previsto per le 20.00 con qualche minuto di ritardo si apre alla notte magica di Milano, una notte di sorprese solo per chi non c’era nel 2008 visto che già si sapeva delle vicessitudini legate al “tirar tardi” del boss (nel 2008 Springsteen sforò i limiti d’orario imposti per i concerti a San Siro e il promoter si beccò una denuncia e un processo) a questo giro però ci si è portati avanti, come riuscire a chiudere la bocca al boss dei boss? in alcun modo… infatti il Comune di Milano gli ha concesso una deroga sui decibel e così il promoter non dovrà pagare alcuna multa. Notiamo sin da subito la poco sfarzosità del palco, minimal, quasi piccolo a vedersi, nessun effetto speciale in linea con gli show di altri grandi tour di artisti americani, solo ciò che serve: la SUA voce, il soul, il folk, e il rock, di Bruce e della sua magnifica band, una big band (due grandi assenti alla E Street Band purtroppo Clarence Clemons e Danny Federici, ai quali Bruce rende omaggio).
Si comincia con due brani dell’ultimo album: We Take Care Of Our Own e Wrecking Ball, seguono pezzi storici The E Street Shuffle, The Promise (eseguita piano e voce), Darkenss On The Edge Of Town, The River. A tutti i musicisti del mondo vogliamo solo dire una cosa: la prima e unica pausa ha avuto una durata di un minuto scarso, ed è arrivata alle 23.20, al 23esimo brano! (Vasco prendi esempio, in fondo vi passate solo 3 anni, ed è lui il più vecchio ad averne 63!!) una continua successione di brani a cui è difficile star dietro, fermarsi e prendere appunti, la scaletta ve la riportiamo di seguito, non possiamo avere la pretesa di raccontarvi “com’è stato” bisognava esserci! Solo alcuni aneddoti per farvi capire ciò di cui un artista vero deve essere capace di fare in un live: un ballo con una bambina che avrà avuto all’incirca 6 anni (la tira sul palco da una delle tre pedane delle prime file), fa toccare la chitarra ai fortunati delle prime file, risponde alla richiesta di una ragazza che espone un cartello con scritto “Can I dance with Jake?”, infatti un minuto dopo sta correndo verso Clemons jr il nipote di Clarence) per ballare con lui, e ciò che ogni fan vera dovrebbe e vorrebbe fare avviene, non contenta la fortunata salta in braccio a Bruce lo abbraccia, lo bacia, e forse senza rendersi conto regala un’invidia unica a tutti i 60.000 presenti, lei come anche il bacio dato ad un’altra ragazza del pubblico (ah il concerto era sold out ovviamente!)

A voi scaletta e foto: Bruce Springsteen Milano 07/06/2012

1.We Take Care of Our Own
2.Wrecking Ball
3.Badlands
4.Death to My Hometown
5.My City of Ruins
6.Spirit in the Night
7.The E Street Shuffle
8.Jack of All Trades
9.Candy’s Room
10.Darkness on the Edge of Town
11.Johnny 99
12.Out in the Street
13.No Surrender
14.Working on the Highway
15.Shackled and Drawn
16.Waitin’ on a Sunny Day
17.The Promised Land
18.The Promise
19.The River
20.The Rising
21.Radio Nowhere
22.We Are Alive
23.Land of Hope and Dreams

Encore 1.Rocky Ground
1.Rocky Ground
2.Born in the U.S.A.
3.Born to Run
4.Cadillac Ranch
5.Hungry Heart
6.Bobby Jean
7.Dancing in the Dark
8.Tenth Avenue Freeze-Out
9.Glory Days
10.Twist And Shout

Bruce Springsteen count down per il "Wrecking Ball Tour"

Da ormai qualche mese stiamo seguendo il Boss e le sue mosse in attesa del concertone, sold out, allo stadio San Siro di Milano il prossimo giugno. Il Wrecking Ball Tour con la E Street Band di Bruce Springsteen ha iniziato a girare. A East Rutherford, nel suo New Jersey, Bruce Springsteen ha affrontato il pubblico di Manhattan con due serate memorabili al Madison Square Garden di New York. In Europa arriverà il 13 maggio, e anche qui a casa nostra si vivranno tre ore (residenti di San Siro siate clementi) di spettacolo per celebrare quarant’anni di carriera, 185 milioni di copie vendute, 21 Grammy Awards e 17 album di studio. Eccovi la cronaca a opera di Repubblica.it del concerto di NY:

“La scena è spoglia, i ventimila sono distribuiti a 360 gradi intorno al palco. È il segnale che la protagonista, ancora una volta, sarà la musica, nessuna diavoleria scenica, gigantografie o fuochi d’artificio. L’unica civetteria che si concede è solleticare Manhattan con la voce di Sinatra che canta New York, New York, sulla quale s’inserisce dopo la prima strofa cantandoBadlands con una ferocia inaudita, coinvolgendo immediatamente la E Street Band in una jam session che non dà più tregua fino all’ultimo bis.

Il Boss aveva una scommessa da vincere: continuare a far esistere la E Street Band anche senza la carismatica

presenza del sassofonista Clarence Clemons, morto l’anno scorso 1. Pericolo scongiurato, il cast è comunque stellare. Non solo la presenza di chitarristi di valore come Nils Lofgren e Steven Van Zandt trascinano la platea con assoli vorticosi (Lofgren incomincia a ruotare come un derviscio e scatena il delirio sul finale di Because the night) e il pianista Roy Bittan restituisce fedelmente la grandeur sonora dei primi quattro album, ma Jake Clemons, il nipotino chiamato a rimpiazzare The Big Man, riesce a riempire, anche con la presenza fisica, il vuoto lasciato dallo zio carismatico.

Diciassette musicisti sul palco, con una violinista, la nutrita sezione di fiati, due coristi e l’immancabile moglie Patti Scialfa, non indispensabile ma coreografica, alla chitarra. Solo un leone riuscirebbe a far udire il suo ruggito su un’orchestra del genere. E qui il Boss vince la sua seconda scommessa: tenere la scena a 62 anni con la stessa travolgente energia degli anni 80.

Fasciato nei jeans che ormai sono diventati la sua seconda pelle (“Il più bel culo del rock’n’roll!”, esclama una signora attempata a un marito decisamente fuori forma), Springsteen non si risparmia. Sfida l’artrosi, gettandosi secchi d’acqua addosso quando si lascia cadere in ginocchio e scivola per dieci metri sul fronte del palco (Madonna al Superbowl? una dilettante al confronto).

Il Boss è Elvis e Woody Guthrie, Otis Redding e Leadbelly, James Brown e Bob Dylan in una sola, esplosiva figura di entertainer; il cantautore dei grandi contenuti e il rocker che brucia la scena. È esaltante, ma anche commovente quando intona gli inni al suo paese ferito e sconvolto dalla violenza:Death to my hometown, The rising, My city of ruins e American skin (41 shots). Lo Springsteen addolorato e riflessivo degli ultimi capolavori è tutto dentro l’amarezza di Wrecking ball e Jack of all trades, che recita con rassegnato populismo: “Il banchiere s’ingrassa, l’operaio dimagrisce / È successo prima e succederà ancora”.

C’è grande commozione al Madison quando la musica tace e un megaschermo trasmette il tributo a Clarence Clemons con immagini raccolte on the road nel corso dei suoi quarant’anni al servizio della E Street Band. C’è grande tensione al Madison quando il Boss si avventura in uno stage diving alla Kurt Cobain, in bilico sulle teste dei fan della platea, un giochetto che terrorizzerebbe anche il più spavaldo e incosciente dei rocker.

C’è ilarità al Madison quando Bruce punta il riflettore sulla sua famiglia e chiama sul palco le nipotine e infine sua madre, la novantenne Adele Zerilli (“Solo tu sai quanto desideravo salire su questo palco e con quali occhi guardavo New York dall’altra parte del fiume”). La coccola, la fa ballare, la prende in braccio – ora è lei la sua bambina – infine la consegna tra le braccia di un gorilla che la riaccompagna al suo posto.

C’è la stessa allegria di un veglione di San Silvestro al Madison quando il leader sfodera la sua grinta soul e esegue in un “Apollo Medley” mozzafiato The way you do the things you do di Smokey Robinson e 634-5789 di Wilson Pickett.

C’è devozione al Madison quando scandisce con una voce che non ha mai perso intensità i messaggi che ha da mandare all’America, quelli scritti nell’ultimo disco e nella canzone We take care of our own, un appello al Paese che ha tradito il patto stipulato con i cittadini dopo il Vietnam. “Ovunque sia volata questa bandiera/Noi ci prendiamo cura di ciò che è nostro”, canta il Boss, deluso come i suoi fan dalla politica moderata di Obama.

E finisce con una speranza, la certezza che l’epoca di Bush – per anni avversata con dischi e concerti e rally – è tramontata “e che niente sarà più come prima”. Salvo il rock”.

Fonte: Repubblica.it