Jennifer Lopez in Italia con il suo Dance Again World Tour

Jennifer Lopez in concerto in Italia per la prima volta. Un’occasione per la sua foltissima schiera di fan che, per la verità, si erano anche un po’ offesi della mancanza della cantante in un paese latino e caldo come l’Italia. Ma il conto alla rovescia è già cominciato per l’acquisto dei biglietti del concerto di Jennifer Lopez e l’11 ottobre, quando JLo calcherà il palco dell’Unipol Arena di Bologna, non è poi così lontano. Il suo tour mondiale è iniziato da Panama City lo scorso 14 giugno e la tappa italiana è anche l’unica prevista nel Belpaese. Tuttavia, proprio per accontentare un pubblico che non ha mai avuto il piacere di vederla live, l’infallibile JLo proporrà il meglio di sette anni di successi, proprio a partire da quella ‘Let’s get loud’, scritta per lei da Gloria Estefan, che l’ha consacrata. JLo è una di quelle star che hanno una vita straordinaria dietro di sé. Lei arriva dal bronx e ama ricordare spesso queste origini umili: ‘Jenny from the block’, ama farsi chiamare, infatti. I suoi successi hanno dell’incredibile soprattutto se si coniugano a quelli cinematografici altrettanto degni di nota. Più di 55 milioni di dischi venduti, film a lungo in classifica come ‘Prima o poi mi sposo’ o ‘Quel mostro di mia suocera’ denotano un successo planetario. Imitata a lungo, ma mai superata da chi apprezza le sue doti, resta l’icona di un modo di fare musica che unisce la grinta elettronica degli anni novanta ai ritmi latini e alla sensualità del sound ‘caldo’. Un evento, quello di Bologna, che ha portato alla corsa all’acquisto dei biglietti su siti come Ticketbis.itnonostante i prezzi molto sostenuti: 120 euro in tribuna, 90 euro al posto numerato, 45 euro per stare in piedi. Ma, a pensarci bene, è proprio il posto in piedi il migliore: come non cantare, ballare e scatenarsi assieme a JLo che regala un’imperdibile esibizione live?

Luca Pavesi

 

Il pop fa piangere

Il titolo buttato così, troverà sicuramente approvazione tra i nostri lettori rockettari, ma anche per le anime pop, IL POP FA PIANGERE… non abbiamo di certo svelato un mistero affermando che le canzoni pop sono spesso e volentieri sviolinate d’amore poco consigliabili all’ascolto ai cuori spezzati. Ma dal luogo comune ecco arrivare il dato certo di una ricerca, ovviamente americana, di due cervelli che unendo psicologia e sociologia spiegano perchè la musica pop sia sempre più triste. Già nel caso di “Someone Like You” di Adele, avevamo letto di come e perchè la ritmica, la musica e le parole di quella specifica canzone portassero il 90% degli ascoltatori vicino alla commozione; ora però  E. Glenn Schellenberg e Christian von Scheve, hanno portato a conclusione un’analisi su più di mille canzoni tra quelle di maggior successo dalla metà degli anni Sessanta agli anni Duemila scoprendo che……

non solo «i testi dei maggiori successo pop sono diventati sempre più negativi e concentrati sull’io ma che anche la musica ha acquistato un suono sempre più triste e con maggiori sfumature emotive». Nel tempo la durata delle canzoni è aumentata e le canzoni in tonalità minore – associata anche dai bambini a sentimenti di tristezza e disperazione – sono raddoppiate: nella seconda metà degli anni Sessanta, le canzoni in tonalità maggiore – associata a buon umore e allegria – erano l’85 per cento delle canzoni ai primi posti in classifica, mentre nella seconda metà dei Duemila erano il 43,5 per cento.

Anche il ritmo delle canzoni è diminuito negli anni. Schellenberg e von Scheve spiegano che «in termini assoluti, i ritmi più lenti risalgono agli anni Novanta: potrebbe essere quindi iniziata un’inversione di tendenza». Il rallentamento di ritmo è più marcato nelle canzoni in tonalità maggiore, cosa che indica «una generale diminuzione di canzoni univocamente allegre e un aumento di canzoni con stati emotivi variabili e che mescolano momenti di allegria a tristezza». I dati della ricerca mostrano anche un aumento delle artiste donne ai primi posti in classifica: il momento massimo si registra negli anni Novanta, seguito da una calo negli anni Duemila. Secondo i due studiosi «queste scoperte hanno impressionanti similitudini con l’evoluzione della musica classica dal 1600 al 1900. Nel XVII e XVIII secolo i brani tendevano a essere univocamente tristi o felici. Nel 1800 e soprattutto durante il Romanticismo il ritmo e la tonalità entrarono in conflitto» e i compositori potevano esprimere una vastità di emozioni contrastanti in una singola opera. «La musica pop dal 1965 al 2009 mostra la stessa tendenza in una scala di tempo molto minore. La musica pop caratterizzata da una mescolanza di stati emotivi è sempre esistita ma ora l’integrità artistica e il successo commerciale non sono più in conflitto e rock band di alta qualità artistica come i Radiohead hanno miriadi di fan».

Fonte: Ilpost